"Non scherzare col burro,
carissimo a Parigi!"
ricordo il tuo sussurro
ricordo gli occhi grigi
velati sì dal pianto
però profondi e belli
mentre mi stavi accanto.
Veniamo al casus belli:
io sostenevo certo
che la seconda via
voleva l’uomo esperto
mica per far poesia.
Tu mi dicesti "sciocco
perchè ci giri attorno?
Datti da fare, imbocca
l’antro senza ritorno".
Tremavo e tu gridasti
quando mi c’infilai.
Tanto piacer provasti
tanto timor provai!
La strada era tortuosa
il vicolo era stretto
e la tua voce untuosa
mutava già d’aspetto
sì che dal sovracuto
roca mi diventò
e senza alcun saluto
da solo mi lasciò.
Ora c’era d’andare
al ritmo della marcia
tu mi lasciasti fare
molle fra le mie braccia.
Come Dio volle giunsi
sull’uscio ancora aperto.
Un tratto serio assunsi
adagiandoti, gretto,
su cuscini di piume.
Sembravi una bambina.
Entrai nel sudiciume
della vecchia cucina.
Un pentolino nero
scovai di sotto al forno:
col burro per intero
lo resi bianco e adorno.
Bagnai nell’uovo il pane,
sei fette belle grosse,
sapevo d’aver fame.
Ti svegliai con la tosse.
Friggevano le uova
il pane ed il prosciutto
tu sveglia, come nuova,
ti divorasti tutto.
L’unica coca cola
del frigo centenario
sparì nella tua gola.
Guardai nel lampadario
restando senza fiato:
nel frigo rimaneva
soltanto del gelato.
A quel punto poteva
la sorte riservarmi
almeno della panna?
Ma tu per stuzziacarmi
ne mangiasti una spanna.
Perciò non dico adesso
quello che tacqui allor
perchè, te lo confesso,
lo impedisce il bon ton.